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La televisione è crepacuore

In un mondo perfetto una bella storia non dovrebbe mai finire. Un momento—cerco di dirlo meglio. In un mondo perfetto una bella storia dovrebbe sempre finire con grazia. Non intendo dire lieto fine a tutto spiano. Dico che a una bella storia si dovrebbe sempre lasciare il tempo di raggiungere la propria conclusione dopo aver valicato il picco narrativo.

In televisione, però (e sto parlando degli Stati Uniti in particolare) il picco narrativo coincide spesso con un picco nel numero di spettatori, e dopo che questo è stato raggiunto le reti perdono interesse. Qualche mese di preavviso, quando va bene, e il programma sparisce. Non mi soffermerò sulle ricadute storiche di questo fatto. La tecnologia attuale permette la conservazione e l’accesso facile a contenuti di qualsiasi tipo, quindi non è l’oblio che mi preoccupa.

La settimana scorsa il mondo ha ricevuto la notizia che, a causa di scarsa audience, Ugly Betty non avrà una quinta stagione, e che quella in corso—la quarta e ultima—conterà venti episodi invece dei ventidue previsti. Questo significa che mancano solo sette episodi alla fine della serie. Significa anche che questi ultimi episodi sono stati già tutti prodotti, oppure che pochissimi ne restano da registrare. Mi chiedo se ci sarà abbastanza tempo per dare al programma “una conclusione soddisfacente,” come direbbe il capo della ABC Steve McPherson. Mi chiedo anche che cosa sia soddisfacente agli occhi di una rete televisiva, e se quella soddisfazione coincida con il dare al finale del programma la grazia che merita.

Nel 2009, la fine di Pushing Daisies fu tutt’altro che aggraziata. Non lo fu né nel modo in cui fu trasmessa negli Stati Uniti—a orari improbabili delle sere di tre sabati, settimane dopo la messa in onda in altri paesi—né nelle sue implicazioni narrative. Per fortuna, il finale della seconda stagione era stato scritto con un certo grado di risoluzione a favore sia dei personaggi sia del pubblico, e riuscì a non essere così male come avevo temuto.

In fin dei conti, il problema sta nella natura del mezzo. Ai programmi televisivi spesso non si concede una fine aggraziata perché non sono quasi mai creati con un finale in mente. E non è che tutti i programmi siano come The Simpsons, dove qualsiasi episodio potrebbe tranquillamente essere il primo o l’ultimo. Ora le reti e la gente si aspettano una continuità narrativa probabilmente maggiore di quanto non si aspettassero in passato.

In questo senso è ideale il caso di Lost. Per quanto sia stato innovativo sotto vari aspetti, è una serie molto tradizionale nel fatto che le sia stata data una fine precisa fin dall’inizio. Gli spettatori sanno da alcuni anni che nel 2010 avranno finalmente delle risposte a tutte le loro domande—oppure, al contrario, che anche le domande lasciate senza risposta avranno senso nel quadro generale delle cose. La sesta stagione, iniziata questa settimana negli Stati Uniti, è stata progettata per far sì che il programma si concludesse con grazia.

Questo finale darà soddisfazione al pubblico? Forse—oppure no. L’ultima volta che ho parlato di Lost in pubblico ho ricevuto domande del tipo “E se gli autori decidono di non rispondere alle domande? E se per caso non hanno fatto altro che ingannare il pubblico? E se…?” Per dirla tutta, queste domande venivano da persone che non avevano mai visto la serie, e che potevano non essere amanti della televisione (la mia domanda potrebbe essere che cosa facessero al mio intervento in numero così consistente), ma erano comunque fuori strada.

Certo, ogni spettatore ha il proprio coinvolgimento emotivo. Ognuno di noi appassionati di Lost ha in mente un finale ideale. Ognuno ha le proprie speranze riguardo a chi Kate sceglierà alla fine, se i protagonisti debbano lasciare l’isola o no, e su chi sia il vero malvagio della storia. A un livello leggermente superiore, ognuno ha la propria idea sul caso Faraday contro Hawking—in breve, se il tempo possa o no essere modificato, cosa che ha un impatto sulla sesta stagione e sul significato dell’intera storia.1 Questi ideali e speranze determineranno la reazione di ogni spettatore al finale della serie, ma non hanno niente a che vedere con il fatto che, a questo punto, il programma è esattamente dove dev’essere—dov’è stato programmato che fosse—e che l’ultima stagione conterrà tutto il necessario per dare alla storia un significato, qualsiasi esso sia.

Quando, direi tre anni fa, annunciarono che Lost sarebbe finito con la sesta stagione, credo che molte persone siano rimaste deluse. Come ho detto, in un mondo perfetto non vorremmo mai che una bella storia finisse. In quel mondo perfetto, però, la gente non si annoierebbe mai, e non verrebbero mai scritte storie migliori di quelle che ci piacciono. Sarebbe anche un mondo senza reti televisive. In questo senso la storia della produzione di Lost è più ideale di quella di Ugly Betty o Pushing Daisies.

In fin dei conti, capisco che se sono rimasto male alla notizia della prossima cancellazione di Ugly Betty non è perché vorrei che durasse per sempre. Betty dovrà pur togliersi l’apparecchio ai denti prima o poi, no? Se rimango male è perché il concetto di televisione di rete e di broadcasting tradizionale si sta sbriciolando sotto gli occhi degli spettatori, ma le reti continuano a comportarsi come se nulla fosse. Si decide il destino di un programma solo in base al rendimento della prima messa in onda (anche se la storia di The Office, che fu salvato all’inizio dalle vendite su iTunes ed è ora uno dei programmi di spicco di NBC, farebbe pensare che ci potessero essere altri modi), senza minimamente accorgersi che il mondo sta cambiando ormai da tempo. Mi chiedo quanto ancora dovremo aspettare, e che cosa ci vorrà perché cominci a cambiare anche il sistema della televisione.

  1. A questo punto immagino che il caso sia risolto, ma non posso saperlo con certezza, non avendo ancora messo le mani sui nuovi episodi, che a quanto pare verranno trasmessi in Italia su Fox a partire dalla prossima settimana, solo con una settimana di ritardo rispetto agli Stati Uniti. (Mi immagino già i macelli di traduzione e doppiaggio.)