antiorario

La mia esplorazione

Mi rendo conto che il nostro viaggio non era fatto né per turismo né per esplorazione. Eravamo i viaggiatori inesistenti, il cui unico scopo nell’attraversare il paese era quello di arrivare dall’altra parte nel minor tempo possibile.

Ma era davvero così? Se fosse stato quello il caso, avremmo preso un’Interstate con un numero più alto e guidato attraverso distese molto più ampie di nulla – forse avremmo persino pagato molto meno in vitto e annoio.

Quindi non eravamo turisti ma neanche traslocatori. Non eravamo viaggiatori, esploratori, ma neppure insensibili a ciò che ci circondava. Specialmente quando si trattava di California. C’era un solo progetto dopo la colazione a San Diego (uno dei forse due unici pasti fatti in ristoranti che non facessero parte di catene): arrivare a una spiaggia, toccare l’oceano, sporcarci i piedi di sabbia e fregarcene se fosse rimasta lì fino alla fine del viaggio.

11 agosto. Appena una mezz’ora di beatitudine a Coronado, in compagnia di famiglie e futuri surfisti seienni, all’ombra degli aerei bassi in atterraggio alla vicina base militare. Per un momento ho pensato che non sarei stato capace di trascinare Matt (o me stesso, peraltro) via da lì in tempo per il check-out dal motel.

L’oceano era un simbolo del nostro arrivo (anche se il viaggio non era ancora finito) al punto che dopo il pranzo a Tijuana, prima di essere risucchiati nel traffico dell’Interstate 5 verso nord, ci siamo dovuti fermare di nuovo – Pacific Beach, questa volta, il cui nome, posizione geografica e popolazione (inclusi quelli che stavano a sorseggiare birra nei loro patii rivolti al tramonto) non potevano non aumentare sia la nostra soddisfazione sia la nostra invidia, nonostante la brezza più fredda e il cielo coperto lungo la costa.