antiorario

Il mio Jai Alai

10 agosto. Il culmine del Sudovest è stato raggiunto a Dateland, Arizona, terra di datteri e non molto altro. Il termometro della macchina al distributore di benzina segnava 108, che in temperatura umana significa 42°C. L’ultima temperatura del genere che avremmo incontrato. Dopo ci sarebbero stati solo la California, grandi città, l’oceano e tanto cibo messicano.

La seconda volta che abbiamo costeggiato il confine con il Messico sull’Interstate 8, la polizia di frontiera deve essere stata piuttosto interessata, per così dire, all’ombra di Vinnie sul sedile posteriore. Il fatto che fosse sera di sicuro non ha migliorato le cose. Divertito, l’agente continuava a ripeterci che si trattava di un controllo dell’immigrazione, e io continuavo a ripetere che lo sapevo – finché dopo un altro paio di domande stupide ci ha lasciati andare. È probabile che abbia trovato le nostre risposte ancora più stupide.

Quando dico «cibo messicano» non parlo di quello con cui ci siamo ingozzati appena abbiamo raggiunto la Old Town di San Diego. Il successo vero è stata, il giorno dopo, la parrillada al ristorante Los Remedios (già noto come La Cantina de los Remedios), nella radiosa città di Tijuana, Baja California, México.

C’ero già stato nel 2002, accompagnato da un’amica che sapeva muoversi in città, e ora era a soli cinque dollari di taxi dalla frontiera. A parte il guacamole e i nopales, devo confessare che detesto Tijuana. Essere oggetto di attenzione continua da parte di chicchessia mi mette parecchio a disagio. Non è colpa sua, è colpa mia – come si dice in questi casi. E il minimo è l’autoproclamato tassista, estremamente agghiacciante, che, a pochi isolati dallo Jai Alai, ci ha offerto di portarci in un posto dove delle ragazzine ci avrebbero intrattenuti. (Sto parafrasando.)

Mi chiedo come sapesse che fossimo italiani – perché mai avrebbe parlato di ragazzine, altrimenti?