antiorario

La mia sosta

Per un giorno intero la macchina è rimasta nel parcheggio. La città scelta per la sosta è New Orleans, neppure alla metà fisica del viaggio. Città assurda che credevo di odiare, ma che ho almeno imparato ad apprezzare quando c’ero in aprile. Stavolta, eccola di nuovo nel clima, che ricordavo bene, della prima settimana di agosto. La città è stata preannunciata da una tempesta elettrica sopra il lago Pontchartrain già un’ora prima del nostro arrivo. Niente pioggia (almeno non che io abbia visto), solo fulmini nascosti in nuvole giganti.

La mia esperienza di New Orleans continua a essere ristretta al Quartiere Francese, che non sembra cambiato rispetto ai tempi dello spring break degli studenti. E sembra che gli studenti non se ne siano mai andati, e si siano fatti catturare dalle forze nascoste della città.

Con il caldo, durante il giorno non ci sono musicisti a suonare in strada. Gli odori di cibo e putrefazione che impregnano la città, già potenti in aprile, si amplificano tanto che il cervello ne viene sopraffatto e, a un certo punto, si rifiuta di riconoscerli.

New Orleans è aggressiva. Sfrutta ogni grammo della propria storia e della propria fama, dai piatti tipici alle bevande alla musica – quel jazz annegato nell’onda sonora di Bourbon Street o lo zydeco dei locali di cucina cajun – e stordisce il turista, se non riesce ad affascinarlo.

Per un giorno la macchina è rimasta nel parcheggio. La pagheremo con nove ore di guida più tardi, verso ovest.