antiorario

Facebook come la Smemo?

Ieri, pensando a Facebook, ho avuto un’illuminazione. È facile che arrivi tardi, e che la cosa fosse già chiara a tutti da tempo – che devo dire, sarò un po’ lento. Ma almeno serve a spiegarmi perché, nonostante mi sia convinto a usare Facebook (con moderazione), continui a riceverne una sensazione di fastidio.

Ecco l’illuminazione: Facebook è il sostituto del diario di scuola. Non, naturalmente, nella funzione ufficiale del diario, quella di tenere traccia dei compiti da fare, ma nell’altra, preferita dalla maggior parte degli studenti (do per scontato che sia ancora così), che è una funzione propriamente comunicativa. Comunicazione del proprietario del diario verso l’esterno (quasi una forma di broadcasting, anche se per lo più circoscritto alla classe) e interazione con altri individui.

Agli occhi dello studente, la funzione comunicativa è spesso preponderante, fino al punto di rendere inutilizzabili le pagine necessarie per la funzione scolastica, e rendere obeso il diario, che a fine anno diventa indistinguibile per forma e peso dal dizionario di greco. L’irritazione che questo provoca negli insegnanti non è del tutto immotivata, vista col senno di poi.

La ricchezza di informazioni contenuta nel diario è usata come status symbol. La richiesta di vedere il diario di un altro è una lusinga e un’arma, perché questa visione comporta un giudizio e la possibilità che il visitatore lasci o meno una propria traccia sul diario stesso.

Ho l’impressione che molte dinamiche di aggregazione e conflitto, quelle che nelle scuole americane si manifestano al momento dei pasti nella mensa, in Italia avvengano in forma scritta sui diari. Naturalmente la mia visione delle cose può essere distorta dal fatto di avere passato i cinque anni di liceo in un nido di vipere. È anche possibile che questa storia del diario come vetrina e come arma sia in gran parte un fenomeno femminile (vedere le vipere di cui sopra).

Mi pare che Facebook generalizzi questo stile di comunicazione e lo diffonda ad altre fasce di età e anche a chi non è più studente da un pezzo. Gli elementi ci sono tutti, amplificati dalla potenza tecnologica del web: le barzellette, i quiz, la musica (che qui è musica per davvero), le foto, i messaggi, i commenti e la possibilità di esprimere in maniera diretta e con un solo clic l’approvazione (ma non, stranamente, la disapprovazione) per i contenuti esposti dagli altri. C’è, per fortuna, la possibilità di esercitare un controllo maggiore su chi vede i contenuti, grazie alla selezione degli «amici,» e in parte anche sui tipi di azione che gli amici possono compiere sul «diario» degli altri.

Come il diario di scuola, anche Facebook è uno strumento di archeologia personale. Strumento anche più standardizzato della Smemo – e qui non so se parlo la stessa lingua della scuola di oggi, visto che per fortuna ne sono uscito da tempo. A scuola, il primo passo era avere il diario giusto, ossia uno che ricadesse tra quei pochi socialmente accettati – a loro volta imposti abilmente dal marketing. Il secondo passo era essere in grado di riempirlo di contenuti in modo abile, e di far sì che diventasse un teatro di interazione.

(C’era anche arrivava a scuola il primo giorno con il diario già pieno di foto e robe varie trasferite dall’anno precedente, ma questa pratica era vista come un modo disperato di barare, e di compensare in anticipo le mancanze del futuro.)

Mi è chiaro quindi il mio disagio di fronte a Facebook, che ripropone anche tra adulti non tanto le dinamiche scolastiche, che si spera siano state superate, ma la fragilità del confine tra pubblico e privato, che aumenta con l’aumentare del numero di «amici.» Forse questa somiglianza con l’interazione da diario spiega perché questa forma di comunicazione mi disturbi più di quella offerta da Twitter, che al contrario può essere estremamente più pubblica, e che invece, come è noto, ho accolto con esitazione molto minore.