antiorario

La mia nuova New Orleans

L’ultima volta volta che ero stato a New Orleans avevo pensato che non ce ne sarebbe stata un’altra. Era l’ultima settimana di agosto del 1998, e dopo giorni di caldo senza tregua e di umidità al massimo eravamo fuggiti da Earl, tempesta tropicale che minacciava di abbattersi sulla città. Eravamo riusciti a prendere uno degli ultimi voli prima che l’aeroporto sospendesse i decolli.

Earl non diventò mai uragano, e deviò il suo corso prima di raggiungere la città, ma restò la degna conclusione di una settimana passata in condizioni disumane a sgomitare tra i turisti (gli altri turisti) e a cambiare vestiti tre volte al giorno.

[flickr-photo:id=3439642334,size=m]New Orleans in primavera ha cambiato almeno la mia prospettiva climatica, diventando vivibile e persino piacevole. Durante le passeggiate fotografiche di mattina ho visto una città calma, quasi deserta, grazie al fatto che gli studenti in spring break erano senz’altro in albergo, distrutti dall’alcol della sera prima.

[flickr-photo:id=3438829967,size=m]Ho anche capito che il French Quarter non è solo Bourbon Street. Me lo ricordavo come un’intrico indistinto di vie tutte uguali, con locali tutti uguali che servivano bevande identiche a persone che finalmente potevano bere alcolici per strada – una liberazione per l’americano medio. Mi ricordavo anche di aver pensato che il legame della città con la sua storia musicale fosse ormai debole, limitato a qualche gruppo di jazz stantio sopraffatto dai rumori dei locali circostanti.

[flickr-photo:id=3447385804,size=m] Chiaro, il gruppo stantio c’è ancora. Non credo che l’anima musicale di New Orleans e la preservation of jazz dipendano dai locali di Bourbon Street. Credo piuttosto che dipendano dalle persone che vivono, arrivano, rimangono in città grazie alla sua storia e a quello che rappresenta per la musica. Sono le persone che suonano in strada a rafforzare questa storia. Non i locali che trasmettono zydeco a tutto volume all’esterno solo per attrarre clienti, ma le voci, le mani, i fiati di chi si apposta a un incrocio pedonale, su un marciapiede, su un gradino. Chi viene attratto non è un cliente: crede di fermarsi in ascolto per pochi minuti che però diventano facilmente la durata di un intero spettacolo. Stessa cosa all’incrocio successivo, e a quello dopo.

Si può passare un weekend a New Orleans senza vedere Bourbon Street e Decatur Street e i loro studenti ubriachi, senza per questo perdersi nulla. Si può non fare la fila per la vaporiera Natchez e non farsi incantare dai tour guidati in carrozza. Ci si può lasciare andare a quello che la cultura della città offre, e non a quello che ci si aspetta di trovare, e anche New Orleans, alla fine, diventa un posto in cui tornare.