antiorario

Orme di Antiorario

Il mio Jai Alai

10 agosto. Il culmine del Sudovest è stato raggiunto a Dateland, Arizona, terra di datteri e non molto altro. Il termometro della macchina al distributore di benzina segnava 108, che in temperatura umana significa 42°C. L’ultima temperatura del genere che avremmo incontrato. Dopo ci sarebbero stati solo la California, grandi città, l’oceano e tanto cibo messicano.

La seconda volta che abbiamo costeggiato il confine con il Messico sull’Interstate 8, la polizia di frontiera deve essere stata piuttosto interessata, per così dire, all’ombra di Vinnie sul sedile posteriore. Il fatto che fosse sera di sicuro non ha migliorato le cose. Divertito, l’agente continuava a ripeterci che si trattava di un controllo dell’immigrazione, e io continuavo a ripetere che lo sapevo – finché dopo un altro paio di domande stupide ci ha lasciati andare. È probabile che abbia trovato le nostre risposte ancora più stupide.

La mia chiacchierata notturna a bordo piscina

Dunque ti sposti di due fusi orari verso ovest dopo otto ore e mezza (nominali) di guida, e che cosa fai? Forse una tazza di tè verde, poi via a letto. Sarebbe stato forse così, se non avessimo avuto un posto dove stare da Erin e Mike.

Torniamo al 9 agosto. La serata è diventata una cena di sushi, delle chiacchiere in salotto e poi una nuotata notturna nella piscina condominiale. Momento perfetto perché io suggerissi che Vinnie l’alligatore fosse recuperato dalla macchina e rigonfiato.

Mossa furba, considerato che avevo approfittato del cambio di macchina per piegare Vinnie e infilarlo nel bagagliaio. Matt avrebbe poi colto l’occasione per ristabilirlo sul sedile posteriore. (La cosa avrà rilevanza in un episodio successivo.)

La mia ora legale

Torniamo alla programmazione normale.

9 agosto. Quando comincia il Sudovest, comincia anche il deserto. Basta con la monotonia cerebroledente delle autostrade di Virginia, Tennessee, Mississippi e Louisiana e le loro file interminabili di alberi sui due lati: uno potrebbe addormentarsi a Roanoke e svegliarsi appena prima del lago Pontchartrain e credere di essersi appisolato solo per pochi secondi. Per quanto possa essere divertente investire armadilli vaganti o prendere in giro i nomi delle cameriere durante una fermata a Nientediniente, MS, è solo quando la vista si perde all’orizzonte che il cervello si può sentire finalmente a casa. Oppure succede solo al mio.

Il mio loop infinito

Dimentichiamo per un secondo il viaggio sulla strada e andiamo avanti veloce alla sera del 14 agosto. Vorrei solo dire che gli avocadi sono gustosi e fanno succedere cose buone anche soltanto a comprarli.

Mentre guidavo verso Palo Alto, Marie mi ha chiamato per chiedermi di comprare degli avocadi, quindi mi sono fermato al supermercato Mollie Stone’s in California Avenue (uno dei miei vecchi parchi giochi, o almeno il posto dove nacque il mio inglese). Devo dire che ci ho anche messo del tempo: chi avrebbe mai detto che persino in California gli avocadi arrivassero sullo scaffale duri come il marmo?

Quando sono arrivato alla cassa, ho avuto una visione: dolcevita nero, jeans, New Balance. Si aggiunga il fatto che ero a Palo Alto e si ottiene l’unica possibile soluzione: Steve Jobs. La versione più magra e concentrata del mio tecnoguru preferito.

La mia stella solitaria

Nel nostro terzo giorno di Texas siamo ancora a più di duecento miglia dal suo confine occidentale. All’arrivo a Fort Stockton la notte scorsa ci siamo resi conto che 1) nonostante questa sia la prima città degna di nota sulla Interstate 10 dopo San Antonio, era troppo tardi per trovare qualcosa di ragionevole da mangiare, e 2) i climi umidi del Sud erano ormai nel passato, ed eravamo finalmente entrati nel Sudovest.

La mia sosta

Per un giorno intero la macchina è rimasta nel parcheggio. La città scelta per la sosta è New Orleans, neppure alla metà fisica del viaggio. Città assurda che credevo di odiare, ma che ho almeno imparato ad apprezzare quando c’ero in aprile. Stavolta, eccola di nuovo nel clima, che ricordavo bene, della prima settimana di agosto. La città è stata preannunciata da una tempesta elettrica sopra il lago Pontchartrain già un’ora prima del nostro arrivo. Niente pioggia (almeno non che io abbia visto), solo fulmini nascosti in nuvole giganti.

La mia esperienza di New Orleans continua a essere ristretta al Quartiere Francese, che non sembra cambiato rispetto ai tempi dello spring break degli studenti. E sembra che gli studenti non se ne siano mai andati, e si siano fatti catturare dalle forze nascoste della città.

Le mie città musicali

Forse mi aspettavo di più dalle città musicali. Avere una certa storia non significa necessariamente che un posto possa esserne all’altezza. Né Nashville né Memphis mi ha lasciato un’impressione intrinsecamente negativa, ma in tutti e due i casi non ho potuto fare altro che pensare che sembrassero posti dove qualcuno aveva gettato alla rinfusa degli edifici in uno spazio in precedenza vuoto, senza attenzione particolare.

Le mie mille miglia

Sono nella lobby del Thrifty Inn vicino all’aeroporto di Nashville. Ieri sera abbiamo fatto le nostre prime 1000 miglia, cambiato il nostro primo fuso orario e ricevuto la nostra prima (e possibilmente ultima) multa per eccesso di velocità.

D’accordo, queste cose succedono. Continuo a sostenere che succedano più facilmente se uno ha una targa del New York. Le uniche volte che sono stato fermato dalla polizia (be’, non io in particolare, visto che non ero mai al volante, considerato che le prime due volte avevo 13 anni) avevo una targa del New York.

Il mio viaggio sulla strada

Dopo tre giorni a New York, sto facendo colazione allo Starbucks di Washington Heights, e preparo gli ultimi dettagli del viaggio sulla strada. Tra poco più di tre ore incontrerò Matteo all’aeroporto di Newark, dove, si spera, ci aspetta la macchina che abbiamo noleggiato.

Pare che New York mi dia un cielo abbastanza pulito questa mattina, al contrario delle piogge folli di ieri pomeriggio. Sarò chiaro: mi sono andate benissimo. La temperatura era piacevole, e avere un ombrello (che, nel mio caso, ha cominciato a cadere a pezzi, come ogni ombrello io abbia mai portato a New York) basta a tenere sotto controllo la situazione.

E poi basta una passeggiatina nella Subway per asciugarsi del tutto – tranne per un po’ di sudore residuo, dovuto al clima tropicale delle gallerie. (E io che pensavo che l’inferno fosse un posto asciutto.)

La nostra prima tappa ci porterà a Washington, D.C., che è un’aggiunta dell’ultima ora. Non troppo lontano, quanto basta per riscaldarci.

Pizza al taglio e dominazione del mondo

Mi piacerebbe poter dire che la prima conversazione della mattina avesse riguardato il concerto degli U2 di questa sera, e invece no – quella è stata solo la seconda. D’accordo, alla prima non ho partecipato direttamente, e mi è bastato ascoltarla.

L’apice della conversazione è stato quando una donnina, seriamente preoccupata, ha detto alla fornaia «Ah, ma tra un po’ saremo comandati da loro,» e poi se n’è andata scuotendo la testa.

«Loro,» naturalmente, sono «gli extracomunitari.» (Inserire qui una battuta sugli svizzeri.) E, a quanto ho capito, tutta la conversazione riguardava una nuova pizzeria aperta nelle vicinanze, con un’insegna in arabo. O, almeno, a qualcuno «pareva» che fosse scritta in arabo.

Come tutti sanno, la via più breve per la dominazione del mondo è la vendita di pizza al taglio.

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