antiorario

L’attrito di smettere

Versione spocchiosamente artistica di una casella di stato di Facebook

Questa è la traduzione italiana del mio articolo del 31 marzo su The Pastry Box Project, intitolato «The Friction of Quitting».


Qualche mese fa ho deciso di uscire da Facebook una volta per tutte, e non considerarlo più una parte inevitabile della mia identità digitale. La sua strategia commerciale mi ha sempre messo a disagio, ancora prima dell’avvento del frictionless sharing, la condivisione senza attrito, che è un modo di dare un bel nome a una brutta cosa. Nonostante i tentativi, nel corso degli anni non sono mai riuscito in pieno ad abbassare i toni dei motivi di disagio, dalla cosiddetta invidia di Facebook alla sensazione che anche i miei amici più in gamba diventino dei babbei superficiali e blateroni appena aprono Facebook–cosa che mi dà la certezza che anch’io non posso che apparire allo stesso modo ai loro occhi, ancora più che offline.

A spingermi oltre il limite è stato un articolo recente e molto letto di Salim Virani, «Get Your Loved Ones off Facebook». Pur non rivelando nulla che già non sapessi o sospettassi, l’articolo mette insieme tutti gli indizi, incluse le modifiche recenti alle politiche aziendali sulla privacy—che peraltro potrebbero violare le leggi europee, se non anche il buon senso.

Quell’attrito che Facebook elimina dal processo di condivisione ritorna quando uno vuole liberarsi del suo contenuto: non solo non c’è modo di farlo con un solo clic, ma è addirittura impossibile cancellare effettivamente le cose. Il registro delle attività è uno strumento utile, ma anche un modo per Facebook di punzecchiarti facendoti vedere tutto quello che hai fatto negli anni. Oltre ai post in bacheca ci sono i commenti, i «mi piace», le amicizie, i tag, e molte altre azioni minori. Ciò che uno non ha compiuto di persona può, nel migliore dei casi, essere solo nascosto dalla cronologia. Si può togliere una foto o un tag solo chiedendolo alla persona che li ha aggiunti.

È una cosa che porta via tempo, costituisce un affronto alla privacy e rappresenta un vero e proprio abuso emotivo.

Facebook avrà anche fatto in modo di dare alla parola «cancellare» un nuovo significato, ma ripercorrere la storia del mio rapporto con Facebook è stato un esercizio utile. Mettermi di fronte agli abusi quotidiani mi ha portato chiarezza e catarsi. A prescindere da quanto poco mi pareva di fare su Facebook, mi sono sorpreso a scoprire il mucchio di cose che mi erano piaciute (nel senso che Facebook dà alla parola), e tutti i commenti superflui che avevo lasciato. Avrei voluto darmi dei calci per il mio atteggiamento da cagnolino nervoso, e per essermi comportato nello stesso modo vacuo, insensato e scialbo per cui critico gli altri. Ero caduto nella trappola.

Non è una coincidenza che i miei anni di Facebook siano stati quelli in cui i miei siti hanno languito e il mio nuovo libro non si è scritto da solo. Disperdere energie su Facebook è più facile che metterle a frutto in cose più significative e durature, cose che richiedono tempo e non hanno bisogno di essere condivise nei prossimi cinque minuti altrimenti tutti quanti si dimenticano di me per sempre.

L’attrito di smettere non deriva solo dallo sforzo fisico richiesto per rimuovere i contenuti, reso ancora più intenso dalla certezza che non spariranno davvero. Facebook conta sul fatto che sia anche uno sforzo emotivo. Annullare azioni passate distrugge significati. Negare il «mi piace» sembra una mancanza di rispetto. Cancellare commenti danneggia le conversazioni. Togliere le amicizie ti fa sentire uno stronzo. Chiedere ad altri di togliere tag e foto li obbliga a lavorare per te, e per quanto uno pensi che tutti dovrebbero fare esattamente la stessa cosa, non si può chiedere di sopportare un processo di questo tipo a chi non è disposto a farlo.

Non cedere all’abuso emotivo. Continua a nascondere e a cancellare, a togliere «mi piace» e amicizie. Scopri quanto sei stato insicuro, superficiale e impulsivo negli ultimi anni.

Ho considerato questa esperienza un modo per ricostruire la mia strategia di contenuto personale. Ho fatto un inventario distruttivo del mio contenuto, e pur ammettendo che è stato in parte divertente da rivedere, ho riconosciuto che la maggior parte aveva perso ogni rilevanza. Per di più tutto era macchiato dalla certezza che, nonostante il poco attrito richiesto nel produrre il contenuto, non era per me stesso che l’avevo fatto, ma per Facebook.

Decidere di uscire da Facebook è un atto essenzialmente antisociale che mi ha dato un assaggio di come potrei sentirmi a uscire da una setta. Per questo non volevo semplicemente cancellare il mio profilo e considerare la cosa chiusa. Volevo provare tutto il disagio subito, per evitare i sintomi dell’astinenza più tardi.

Non mi interessano neppure troppo i giochi mentali di Facebook. Non mi interessano le ricerche psicologiche, gli esperimenti politici, i sotterfugi pubblicitari, perché sono tutti altrettanto disgustosi, ma tutti altrettanto comprensibili (ma non perdonabili) a livello commerciale. Non pago il servizio, quindi so di dovermi aspettare che dietro le quinte avvenga qualcosa del genere. Laura Kalbag ha descritto tutti questi meccanismi di recente su A List Apart.

Ma l’abuso emotivo va anche oltre. Anche senza considerare le conseguenze enormi della posizione di Facebook rispetto alla privacy e alla proprietà dei dati personali, la possibilità di condividere qualsiasi cosa in qualsiasi momento con chiunque ci fa dimenticare facilmente la ragione stessa per cui condividiamo. Ci fa trascurare il contesto in cui esiste un’amicizia o una conoscenza.

La filosofia frictionless privilegia la quantità di informazioni a scapito della qualità delle interazioni. Quasi ogni interazione su Facebook si riduce a chiacchiericcio, a rumore di fondo per riempire le giornate. Facebook trasferisce il proprio horror vacui (l’assenza di contenuto significherebbe assenza di affari) sui propri utenti. Conta sui sensi di colpa associati all’atto di potare contatti e cronologia. La sua idea di qualità si basa solo sulla sua capacità di trasformare il comportamento degli utenti in denaro. I suoi tentativi ripetuti di sostituire il web puntano ad assicurarsi che a nessuno serva altro che Facebook.

Ho bisogno di tornare alla qualità delle interazioni, e alla qualità delle cose che scrivo e condivido. Questo era il primo obiettivo dell’avere un sito personale, e anche l’intenzione fondante del web stesso. Non tutti hanno le conoscenze o il tempo necessario a crearsi quel tipo di presenza sul web, e Facebook è il modo più semplice che la gente ha per farlo.

In quanto web designer abbiamo la responsabilità di impedire che il web finisca nelle mani di chi non ha a cuore gli interessi delle persone. Dobbiamo continuare a costruire strumenti che resistano alle logiche e al controllo di società private la cui strategia primaria è quella di trasformare le interazioni sociali in una forma di dipendenza, e il concetto innocuo di condivisione in un darsi via.