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Fatti della settimana (5-11 gennaio 2009)

La settimana scorsa sono successe molte cose, sia nel mondo esterno sia nel mio piccolo, dove sembra che alcune notizie arrivino con un ritardo sorprendente.

Macworld

In quella terra incantata ma reale altrimenti nota come San Francisco era la settimana di Macworld. La descrizione migliore l’hanno di sicuro data via e-mail i miei amici berkeleyani Sheila e Lloyd:

È stato il Macworld più calmo in assoluto. Tu non c’eri – Steve Jobs non c’era.

Mi fa piacere che la mia assenza non sia passata del tutto inosservata. D’altra parte, l’assenza del signor Jobs ha fatto parlare molto, tanto che non ho bisogno di soffermarmici. Nonostante non ci fosse lui a presentare la keynote, e l’abbia lasciata a Phil Schiller, non credo che sia stata deludente come molti sostengono.

Certo, la gente si aspetta che al Macworld vengano introdotti prodotti (nel senso di «hardware») straordinari: ci fu il MacBook Air l’anno scorso, l’iPhone nel 2007. Sarebbe stato difficile mantenersene all’altezza. Per non parlare del fatto che la Apple aveva appena annunciato il proprio ritiro dai futuri Macworld.

Ma il Mac non è solo una questione di hardware. Quello hardware (iPhone incluso) sarebbe inutile, o almeno non altrettanto significativo, senza Mac OS X. Ha senso, no? E la keynote di quest’anno ha ospitato quasi solo presentazioni di software per il Mac, e in particolare i grandi miglioramenti delle versioni ‘09 di iLife e iWork.

Sono stato colpito da alcune nuove caratteristiche di iPhoto, che al momento rappresenta solo la parte finale del mio procedimento fotografico (basato per lo più su Adobe Lightroom). In particolare, accolgo con piacere la possibilità di sincronizzare le foto tra iPhoto e Flickr. Potrei dire che in futuro userò più spesso anche iMovie, invece di ricorrere ogni volta a Final Cut. (Non che io faccia molto video. Mi piacerebbe, forse, ma uno non può fare di tutto nella vita.)

Per quanto riguarda iWork, tutte e tre le applicazioni hanno alcune funzioni interessanti, anche quando si tratta di piccoli dettagli come la possibilità di visualizzare i documenti a tutto schermo in Pages. Non uno schermo intero che faccia sì che il documento occupi l’intero spazio disponibile, ma uno che mette in risalto il documento su uno sfondo nero, per lasciare in dispare tutte le distrazioni. Finora ho usato Think a questo scopo, ma credo che d’ora in poi non ne avrò più bisogno.

L’ultima stagione di Scrubs

È arrivato il momento per Scrubs di cominciare l’ottava e ultima stagione. Se penso alle due precedenti, mi viene quasi da dire «finalmente,» ma penso che i primi due nuovi episodi non fossero male. Inclusa la presenza di Courteney Cox come special guest star. Dopo averla vista in parte della prima stagione di Dirt (prima che cominciasse a farmi schifo), avevo quasi dimenticato le sue doti comiche. E guardo ancora Friends, ma questa sembra una nuova versione della vecchia Courteney. E la nuova versione sa ancora far ridere. Anche se ho sempre un debole per Monica Geller, immagino che sia difficile per un’attrice (non in termini di capacità ma di percezione e accettazione da parte del pubblico) uscire da una parte interpretata per 10 anni.

Non mi pare che il nuovo Scrubs, ora su ABC, abbia un aspetto molto diverso rispetto a quando veniva trasmesso su NBC. Alcuni spettatori hanno notato dei possibili cambiamenti nella fotografia o nell’uso della macchina da presa. Forse dovrei rivedere gli episodi, o fare più attenzione la prossima volta. Dato che dovrei essere un osservatore di Scrubs piuttosto attento, credo che avrei dovuto notare le differenze, se fossero state rilevanti, no? Peraltro, devo ancora decidere se mi piace l’aggiunta delle scene tagliate alla fine degli episodi.

Un calcio a ABC

D’accordo, tutti sono grati a ABC per avere ripreso Scrubs in modo che la serie potesse avere un finale. Ma bisognerebbe dare un calcio alla stessa ABC per avere soppresso Pushing Daisies a soli tre episodi dalla fine della stagione programmata. Non è una vera e propria notizia della settimana, ma lo era per me. Si potrebbe pensare che ho sempre un occhio su quello che succede nell’ambiente, o no?

Ho scritto altrove che l’esistenza di Pushing Daisies significa che il pubblico americano è pronto per la tragedia (anche se in un modo carino e affascinante), ma forse mi sbagliavo e basta. Dovrò ricordarmelo al momento della mia presentazione a New Orleans.

Devo ancora affrontare il lutto, in un certo senso. Forse dovrei infornare una crostata, ma visto che le feste sono finite da meno di una settimana non mi sembra il caso di mettere al mondo (e nel mio organismo) nuovi dolci.

Vorrei parlare di Ugly Betty, ma non lo farò. Niente di nuovo. A parte che tutto è nuovo. Betty è un mito. Non era un commento di spessore, lo so. Non posso sempre essere accademico sull’argomento.