antiorario

Onde

Per capire la fine

Attenzione: se non avete visto il finale di Lost, o l’ultima stagione, o l’intera serie, vi conviene aspettare di averlo fatto prima di leggere le mie divagazioni. Comunque sia, se non avete visto Lost per niente non so proprio come possiate essere interessati a questo articolo. Nonostante tutto, e nonostante qualsiasi sia il giudizio che traspare da questo articolo, se non avete visto Lost—o siete di quelli che non hanno visto altro che un episodio della seconda stagione in cui era presente uno strano tizio nigeriano che andava in giro con un bastone, e per questo sostenete che Lost non ha nessun senso—vi consiglio davvero di dirigere la macchina del tempo al 22 settembre 2004. Oppure procurarvi i DVD—se vi risulta più facile.

La televisione è crepacuore

In un mondo perfetto una bella storia non dovrebbe mai finire. Un momento—cerco di dirlo meglio. In un mondo perfetto una bella storia dovrebbe sempre finire con grazia. Non intendo dire lieto fine a tutto spiano. Dico che a una bella storia si dovrebbe sempre lasciare il tempo di raggiungere la propria conclusione dopo aver valicato il picco narrativo.

In televisione, però (e sto parlando degli Stati Uniti in particolare) il picco narrativo coincide spesso con un picco nel numero di spettatori, e dopo che questo è stato raggiunto le reti perdono interesse. Qualche mese di preavviso, quando va bene, e il programma sparisce. Non mi soffermerò sulle ricadute storiche di questo fatto. La tecnologia attuale permette la conservazione e l’accesso facile a contenuti di qualsiasi tipo, quindi non è l’oblio che mi preoccupa.

Stagione senza traduzione

Da quando è cominciata la nuova stagione televisiva americana ho scritto un paio di Orme in inglese – lo dico per chi ricevesse solo la versione italiana e non avesse notato i link agli articoli in inglese in fondo alla pagina:

Ma è tutto solo una preparazione alla quarta stagione di Ugly Betty, che partirà negli Stati Uniti il 9 16 ottobre. Se mantiene le premesse (e le promesse), sarà succulenta.

Lost e il senso (smarrito) della lingua

Mi rendo conto che sia facile sparare sui doppiatori, viste le condizioni in cui immagino siano costretti a lavorare. Da quando, l’anno scorso, i canali di Fox hanno cominciato a mandare in onda le serie americane ancora prima della fine della stessa stagione, senz’altro il lavoro di traduzione e doppiaggio dev’essere diventato parecchio frenetico.

Questa premessa non può, però, essere una scusa per il modo in cui, nel doppiaggio, i personaggi perdono spessore e, in alcuni casi sfociano nel ridicolo.

Prendiamo ad esempio il caso di Lost, che ha tra i tratti più notevoli proprio il trattamento dei personaggi. La serie – in particolare la prima stagione – si fonda sulle differenze culturali, che in buona parte vengono manifestate nei diversi accenti assunti dalla lingua inglese: dallo «standard» californiano a quello di New York, dall’australiano allo scozzese. Tutte sfumature che per forza non possono che essere perse nel processo di traduzione e doppiaggio in italiano.