Alla scoperta del web come ambiente di lettura
Come tutti i mezzi di comunicazione nascenti, nei suoi vent’anni di storia il web è stato un po’ di tutto, al punto che spesso si è rischiato di perdere di vista la ragione principale per cui era stato inventato: la libera archiviazione, condivisione e distribuzione su scala mondiale di documenti—che all’inizio erano documenti verbali e poco altro, mentre ora la gamma di tipi di informazione condivisi sul web è molto più vasta.
Finché l’utente medio utilizzava il web quasi esclusivamente da una sola postazione—il computer di casa o del lavoro—e questo uso era limitato a un numero ristretto di siti, il web poteva essere considerato poco più di una semplice estensione del computer stesso. Ciò che interessava all’utente era, prima di tutto, che un certo sito funzionasse sulla piattaforma di sua scelta, e che l’informazione fosse reperibile e fruibile a piacimento. Con la diffusione di strumenti portatili e potenti—smartphone e tavolette, come iPhone e iPad—il rapporto con il web e i suoi contenuti cambia.
Prima di tutto, il web diventa ubiquo. Dove c’è connettività, c’è il web. La capacità di immagazzinamento e manipolazione propria del web è potenzialmente sempre a disposizione. Il web le applicazioni che sfruttano ed espandono servizi nati sul web diventano ausili alla quotidianità, che si tratti di lavoro o di semplice passatempo. Nello stesso tempo il numero e la varietà di siti visitati ogni giorno da un utente aumentano anche grazie agli effetti del social networking, che favorisce lo scambio di contenuti tra persone in modo ancora più immediato di quanto non faccia la posta elettronica.
In secondo luogo, il web diventa personale. Se è più facile che un computer di casa venga condiviso tra più persone, quando è consultabile e utilizzabile attraverso un oggetto che una persona può avere sempre in tasca o nella borsa il web diventa privato quanto un taccuino o un’agenda. E diventa sempre più urgente il bisogno di conservare l’informazione e reperirla anche se si passa da un dispositivo a un altro, fruirne nei modi e nei tempi più comodi per l’utente. Dunque è sempre più pressante la necessità che questa informazione sia indipendente dalla piattaforma utilizzata.
Terzo, il web diventa il nodo di scambio del panorama informativo legato alla persona, grazie al fatto di essere stato pensato proprio a questo scopo, e di essere ancora costruito utilizzando tecnologie standard che favoriscono questa sua qualità. (Purtroppo non è sempre così, ma non è questo il luogo per discutere di standard web e degli effetti negativi del loro mancato utilizzo.) Il web non è (o non dovrebbe essere) soltanto quello che si vede in superficie—l’impaginazione di un sito e gli aspetti più banalmente ipertestuali—ma quello che c’è sotto, ogni particolare dell’infrastruttura che rende l’informazione presente non solo fruibile direttamente dalla persona che visita un certo sito, ma anche oggetto di manipolazione e scambio.
Il web sta maturando, e sono passati i tempi in cui fare web era progettare pagine sconclusionate composte da poco più che immagini animate, colori sconnessi e contenuti improvvisati. Il web non è la fine di chi si occupa di contenuti, ma l’occasione di trasferire ed espandere le proprie conoscenze al nuovo mezzo. Non è la fine del libro e dei giornali, non è la fine delle riviste, come non è la fine della televisione. È la fine, forse, di un certo modo di produrre libri, giornali, riviste e televisione—ma anche questa è materia da trattare a parte, non solo nei suoi aspetti tecnologici ma anche nelle sue possibili ricadute economiche.
Quello che importa, qui, è l’idea che i contenuti debbano essere al centro dell’esperienza del web. Da una parte, una delle parole chiave dell’ultimo anno e mezzo—sulla bocca di chiunque produca web con cognizione—è content strategy, ossia strategia di contenuto, il passo fondamentale da compiere prima di poter anche solo pensare a come verrà progettata visivamente una pagina web. E ci sono agenzie, in particolare negli Stati Uniti, che non si occupano di altro—tra le più note c’è Brain Traffic di Minneapolis, fondata da Kristina Halvorson, autrice di Content Strategy for the Web (Berkeley: New Riders, 2010).1
D’altra parte, non si possono non notare gli sforzi di chi cerca di rendere i contenuti fruibili in modo sempre più facile e a misura di umano. Craig Mod, americano di trent’anni appena compiuti, ha passato gli ultimi dieci in Giappone. La sua passione sono i libri, e tra i suoi scopi c’è quello di ideare la tecnologia perfetta per rendere al meglio la lettura su piattaforme digitali. La tecnologia c’è già, dice, e si chiama HTML—che non è altro che il linguaggio standard su cui si basa il web. Secondo Mod, trasformare un libro dal supporto di carta e inchiostro al supporto digitale non può e non deve essere solo un’operazione meccanica di riversamento dei contenuti (che già ora è spesso effettuata senza troppa cura dei risultati), ma deve tener conto delle qualità estetiche del prodotto, di come queste qualità influenzino e siano influenzate dalla tecnologia a disposizione, e di come il prodotto finale verrà utilizzato dai lettori.
Mod ha ideato Bibliotype, un framework che chiunque può sfruttare per pubblicare contenuti di lungo formato, in particolare ai fini della lettura su tavolette digitali come l’iPad. Proprio perché in momenti diversi della giornata una persona legge tipi di contenuto diversi, secondo Mod l’aspetto del testo deve adattarsi alle diverse condizioni di lettura. Bibliotype permette di scegliere fra tre modalità tipiche: “letto” (per chi legge prima di dormire, con il testo a distanza ravvicinata), “ginocchia” (per chi legge sul divano, con il testo a media distanza) o “colazione” (per chi ha l’iPad appoggiato a un supporto e ha le mani impegnate con il pane imburrato).
Questo articolo visualizzato in Instapaper Se Bibliotype guarda al futuro e cerca di fornire una base tecnologica comune a chi voglia pubblicare e rendere fruibili testi lunghi in modo adeguato, esistono alcuni servizi rivolti anche al passato e al presente. Uno di questi è Instapaper, che permette ai lettori del web di conservare i contenuti di una pagina per una lettura successiva. È una specie di videoregistratore per il web, il cui effetto principale è quello di salvare solo ciò che interessa—il testo di un articolo, per esempio—e tralasciare pubblicità e altri contenuti collaterali. Il lettore troverà poi l’elenco di tutti gli articoli salvati sul sito di Instapaper, oppure sempre in tasca o nella borsa con l’applicazione mobile per iPhone e iPad. In particolare l’applicazione per l’iPad è una delle più vendute e apprezzate, e c’è chi la considera indispensabile. Un commento diffuso tra i possessori di iPad è che la tavoletta della Apple abbia aumentato il tempo passato a leggere rispetto all’anno precedente, e che l’esistenza di Instapaper sia stata una delle cause principali.
Ma se Instapaper è una manna per i lettori, c’è chi sostiene che togliendo la pubblicità alla vista del lettore si elimina una possibile fonte di reddito per gli editori. Senza voler addentrarci nelle questioni più tecniche, che hanno a che vedere con il funzionamento della pubblicità sul web, questo timore è solo in parte fondato. Per ricompensare gli editori—sia quelli che effettivamente registrano dei mancati introiti, sia quelli che non avrebbero comunque guadagnato nulla dalla pubblicazione di contenuti sul web—entra in scena Readability.
Nato nel 2009 come semplice bookmarklet, ossia un frammento di codice JavaScript installabile sul browser, Readability permetteva al lettore di spogliare la pagina del superfluo e trattenere solo il contenuto leggibile, dandogli un formato tipografico che favorisse la lettura. Readability diventò presto così utilizzato da essere incorporato in alcuni prodotti commerciali, tra cui il Kindle (il dispositivo di Amazon per leggere libri digitali) e il browser Safari della Apple (la funzione Safari Reader non è altro che un’applicazione del codice di Readability). In questo era una sorta di Instapaper, ma utilizzabile all’istante.
Nelle ultime settimane Readability è stato potenziato prima di tutto con una funzione di lettura posticipata (l’applicazione per l’iPad è sviluppata da Marco Arment, creatore di Instapaper), ma anche con un meccanismo di ricompensa per chi pubblica contenuti. “Enjoy Reading, Support Writing” (goditi la lettura, sostieni la scrittura) è il motto di Readability. Mentre il bookmarklet per la lettura istantanea è sempre disponibile gratuitamente, chi vuole utilizzare il servizio di lettura posticipata deve iscriversi a un costo mensile di almeno cinque dollari, di cui Readability spartirà il settanta percento tra i fornitori dei contenuti letti dall’utente.
D’altra parte, chi pubblica contenuti è invitato a iscriversi a Readability come editore, per poter usufruire di questo meccanismo di ricompensa. Essere pagati per quello che si scrive diventa possibile dunque non solo per i grandi quotidiani, ma anche per i blogger, e per chi scrive sul web a tempo perso.
Questi servizi non vogliono certo essere, come temono alcuni, un modo di rendere ingiustizia a chi progetta per il web. Spogliare il contenuto del suo design originale non vanifica il lavoro dei designer, che anzi sono incentivati a produrre siti sempre più conformi agli standard e sempre meglio utilizzabili. Ma se lo scopo del web è quello di diffondere contenuti, la fruizione di questi contenuti deve essere posta al centro dell’attività di design come concetto funzionale prima ancora che estetico. Se l’aspetto visivo di un sito deve scomparire per favorire il lettore, è compito di chi lo progetta far sì che questo accada, e lasciare il lettore solo di fronte alla pagina, ovunque si trovi, che sia sul divano, in treno, o al tavolo della colazione.
