Dettagli insoliti e impatto storico delle ultime elezioni americane
Il garage—quello di casa, che chi vive fuori città non può non possedere—è uno dei luoghi tipici dell’immaginario americano. Nella cultura popolare è rappresentato spesso come l’equivalente maschile della cucina, e a volte arriva a contenere così tanti oggetti da non avere più spazio per l’auto, che rimane perennemente nel vialetto o sulla rampa di ingresso.
In tempi anomali come quelli elettorali appena trascorsi, però, un garage può anche assumere una funzione più pubblica e ufficiale. A Berkeley, California, nel cuore liberal dell’America più liberal, e in uno dei quartieri più ricchi della città, il garage di una casa di Glen Avenue serve ormai da dieci anni come seggio elettorale. Fu allestito la prima volta per garantire al quartiere un posto comodo dove votare, in attesa che la città fornisse una sistemazione più consona, che però non è mai arrivata.
Berkeley, California: Da sinistra: cartelli elettorali all’esterno di una casa; un’elettrice deposita al seggio le schede co
Liberato dell’auto, il garage viene allestito con cabine di plastica che non fanno molto per garantire la privacy, un’urna che potrebbe essere scambiata per una valigia, gli avvisi in più lingue affissi alle pareti sulle modalità del voto. I componenti del seggio, che naturalmente sono di servizio per tutto il giorno, sono vestiti con giacca a vento, sciarpa e berretta, perché è novembre, e nel garage l’unica forma di riscaldamento sono le tasche piene di dolciumi.
Negli Stati Uniti avere un seggio elettorale comodo è fondamentale per garantirsi il proprio diritto di voto. Un diritto che è molto più fluttuante di quanto non ci si possa aspettare in un paese democraticamente avanzato, tanto che per poter votare è necessario iscriversi, a patto di possederne tutti i requisiti legali. L’iniziativa per la creazione di nuovi distretti elettorali, come nel caso di Glen Avenue, in molti casi viene proprio dagli elettori stessi.
Sproul Plaza, Berkeley: Il banco di informazioni sul voto allestito dai CalDems, il gruppo democratico degli studenti di Berkele
Uno degli elementi positivi della campagna di Barack Obama è stato proprio il grande sforzo di sensibilizzazione al voto presso quei cittadini che altrimenti non avrebbero potuto esercitare il proprio diritto. Le ragioni del mancato esercizio sono tante: culturali e sociali ma anche politiche, specie in quelle aree dove la bassa densità di distretti elettorali diventa funzionale a limitare l’accesso alle urne da parte di certe categorie sociali. D’altra parte, l’aumento di iscrizioni al voto registrato negli ultimi mesi ha rischiato di ritorcersi contro gli elettori stessi, che in alcune zone si sono trovati in fila per ore fuori dal seggio.
Elettori in fila per il voto al seggio di Glen Avenue, a Berkeley.
Fare la fila non è solo una seccatura, ma significa anche rischiare di non riuscire a esprimere un voto su tutte le questioni in agenda: nonostante l’elezione del presidente sia l’argomento che monopolizza i mezzi di informazione, ad essa si accompagnano le elezioni locali, e in genere anche un numero variabile di quesiti di referendum diversi per stato, contea e città. Visto che in caso di lunghe code fuori dal seggio gli elettori sono invitati a non passare più di dieci minuti in cabina, si capisce come molti optino per effettuare un early vote, dove ammesso dalle leggi statali, o utilizzare un absentee ballot.
Nel primo caso, è possibile votare anche nei giorni che precedono l’Election Day; nel secondo, la scheda elettorale viene recapitata a casa dell’elettore, che può compilarla con comodo e poi rispedirla in tempo utile oppure consegnarla di persona al seggio. La consegna di persona il giorno stesso delle elezioni è una modalità di voto scelta da molti, non solo nei distretti elettorali considerati più a rischio di brogli, perché assicura una certa tranquillità sulle sorti del voto, che i più sospettosi temono possa non venire calcolato. Nonostante i sospetti, votare per posta o in anticipo può essere l’unica soluzione per molti lavoratori, visto che negli Stati Uniti il giorno della settimana dedicato al voto è il martedì, una strana convenzione che viene mantenuta, nonostante sia sgradita a molti proprio per i maggiori disagi che genera.
Si può dire, dunque, che sul piano pratico gli Stati Uniti non siano mai davvero pronti ad affrontare un’elezione—che sia o meno quella del presidente. Quest’anno in particolare, però, l’intera nazione è arrivata ansiosa ed estenuata a questo appuntamento, dopo una campagna elettorale durata, nel complesso, un paio d’anni.
L’impatto storico di un evento come l’elezione di Barack Obama può essere misurato anche in base a quanto contribuisce a cambiare il significato di certi simboli. La bandiera americana è uno di questi, e senza dubbio il più notevole. Se si pensa che in passato, in occasione di proteste studentesche, la bandiera è stata persino bruciata in Telegraph Avenue, la “via Zamboni” di Berkeley, appena fuori dal cancello principale del campus dell’Università della California, può stupire che la sera del 4 novembre scorso sia stata portata per strada in segno di trionfo. Ma dato che Berkeley conserva sempre il proprio istinto ribelle, la bandiera scelta per celebrare la vittoria di Obama non è quella contemporanea, ma quella con le tredici stelle, simbolo intramontabile della rivoluzione americana.
Il piccolo gruppo di studenti uscito dai main stacks della biblioteca centrale, per una volta non ripiegata nel silenzio, ha preso corpo per i viottoli del campus, si è trasformato in un’adunanza in Sproul Plaza, per poi ripartire di corsa intorno al campus e nelle vie del South Side. Chi non era in corteo è rimasto nei luoghi della socialità universitaria, come il Free Speech Movement Café e il pub The Bear’s Lair (“la tana dell’orso,” animale simbolo non solo dello stato ma anche del sistema delle Università della California), con gli occhi alzati verso i televisori e le bocche semiaperte, a seguire il discorso del nuovo presidente eletto.
La tensione e le incertezze degli ultimi mesi sono finite così, nel protrarsi della festa nelle ore piccole della notte, con la polizia appostata agli incroci per garantire l’ordine, per una volta tanto non vista come nemico. Uscita dal garage, Berkeley, per questa notte—la prima di molte—non si sente più un’isola.


