La fiction televisiva tra svago e forma d’arte
TV art… Per lungo tempo la televisione è stata considerata, e spesso lo è ancora, un mezzo di comunicazione “di servizio”, i cui prodotti possono essere valutati più sulla base di criteri di utilità che non di giudizi estetici. Se questo poteva essere ragionevole quando il mezzo era giovane, negli ultimi tempi – e in particolare nell’ultimo decennio – le cose sono cambiate. L’idea che pubblici numerosi possano sintonizzarsi su programmi di fiction non è più (se lo è mai stata, ma lo era senz’altro agli occhi dei critici) il segno di una tendenza alla passività, all’arrendersi di fronte alla scatola magica in salotto. Gli studi accademici sulla televisione, nati in parte per osservare la relazione tra produzione e pubblico, e le capacità di decisione e reazione di quest’ultimo – come se il prodotto televisivo non fosse che l’ennesimo bene di consumo ideato dal ventesimo secolo – ora non possono più ignorare l’evoluzione del mezzo e dei testi che produce, e della possibilità di sviluppo di forme artistiche nuove, non meno degne di rispetto del cinema o della letteratura.
Questo non significa che tutta la narrativa seriale prodotta per la televisione sia degna di nota o possa segnare una pietra miliare nella storia del mezzo. È piuttosto evidente che in alcuni paesi – primi tra tutti gli Stati Uniti e il Regno Unito – l’attenzione per questi generi di prodotti è più ampia che in Italia. Attenzione non solo del pubblico, naturalmente, ma a maggior ragione di chi la televisione la produce. Non è questa la sede per indagare le questioni filosofiche e culturali, oltre che economiche, alla base di questo ritardo. Ciò che importa è che il mezzo televisivo sta finalmente dando segni di una propria maturità, della capacità di svincolarsi dai confronti con altri mezzi e dai giudizi di valore preconcetti.
Se si considerano le nuove produzioni narrative della televisione americana, si nota un’attenzione sempre maggiore non solo alla qualità delle storie, ma anche alla qualità estetica del prodotto. Queste due componenti non sono più scindibili: il pubblico si aspetta non solo di essere intrattenuto con storie avvincenti, o quantomeno sensate, ma vuole anche la gratificazione che deriva dalla fruizione di un prodotto ben fatto, raffinato, curato nei particolari. Una delle ragioni per cui la sitcom, che resta pur sempre uno dei generi più seguiti dal pubblico americano, sta gradualmente lasciando il posto a nuove forme di commedia è proprio la necessità che la televisione ha di trovare linguaggi propri, di uscire quindi da schemi produttivi e modelli testuali ancora pre-televisivi. La televisione, dunque, sta prendendo consapevolezza della propria indipendenza, dell’essere più di un semplice luogo dove riproporre testi nati per mezzi di comunicazione diversi – com’era il “teatro in televisione” degli albori del mezzo, ma come sono anche il varietà (altro reperto archeologico) e lo sceneggiato, forma di serialità breve che resta tipica nella televisione italiana, anche se ormai è stato assimilato, più o meno a ragione, nella grande categoria della “fiction”, ma come lo è, appunto, la stessa sitcom, che ostenta la propria origine di rappresentazione quasi teatrale.
È necessario vedere come i vincoli economici e produttivi non rappresentino per forza dei limiti alla messa a punto di un linguaggio televisivo che sia autonomo e al passo con i tempi. Vincoli simili esistono per tutti i media, eppure questo non ha impedito alla letteratura, al cinema, alla musica di essere individuate come forme importanti di espressione artistica. Piuttosto, questi vincoli diventano accidenti del percorso intorno ai quali si sviluppano le nuove forme espressive, che imparano non ad evitarli, ma ad aggirarli e superarli.
L’affermazione della serialità come tratto fondamentale di quasi tutti i linguaggi della televisione è fondamentale, e dovrebbe essere tutt’altro che una fonte di discredito del mezzo. Pur nei suoi diversi modelli, la media e lunga serialità narrativa è quella che garantisce al prodotto televisivo un’identità e una visibilità che altrimenti non avrebbe – anche se già l’interazione con le nuove tecnologie tende a cambiare anche questa condizione di esistenza del testo televisivo. I tentativi, che pure restano, di costruire prodotti di serialità breve o irregolare (come capita molto spesso in Italia, ad esempio con gli sceneggiati a soggetto storico), per quanto successo possano avere, restano sempre eccezioni in un panorama televisivo scandito in serie e stagioni, che crea il proprio pubblico grazie alla regolarità, alla continuità, alla garanzia di una presenza.
Come dimostrato dagli altri mezzi di comunicazione, sono i generi finzionali a trainare il pubblico, e anche la televisione si sta, un po’ per volta, svincolando dalla sua presunta vocazione realistica, che troppo spesso e troppo a lungo ne ha frenato le capacità espressive. La speranza è che il miglioramento della qualità dei prodotti di fiction e il conseguente innalzamento delle aspettative del pubblico abbiano riflessi positivi sugli altri linguaggi e sui generi non finzionali.

