Il mondo di Ugly Betty, quasi una telenovela
Alcuni fotogrammi della sigla di testa di Ugly Betty Gli elementi ci sono tutti: i ricchi, i poveri, i colpi di scena, il mondo della moda e quello di chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Ci sono gli accenti marcati della gente di Queens e le limousine di Manhattan, la trasparenza delle modelle e le curve delle latinas, gli amori che cominciano e si esauriscono in fretta, gli odi profondi, e sequenze di eventi paradossali. Gli elementi per una classica telenovela, anche se ambientata a New York City, ci sono davvero tutti.
Ma Ugly Betty, la nuova stella della prima serata del giovedì della rete ABC, telenovela non è. Basata su una produzione colombiana (Yo soy Betty, la fea, del 1999) e prodotta, tra gli altri, da Salma Hayek, questa serie è una commedia di lungo formato (quaranta minuti per episodio, al netto della pubblicità, il doppio della tipica situation comedy) che alla sua prima stagione ha già rapito gli Stati Uniti e incassato, lo scorso gennaio, due Golden Globes—miglior serie comica televisiva e miglior attrice comica televisiva, assegnato alla protagonista, America Ferrera (vista qualche anno fa in Le donne vere hanno le curve). L’attrice, poco più che ventenne, interpreta Betty Suarez, ragazza di origini messicane di Queens, che da un giorno all’altro si ritrova proiettata nel mondo illusorio di Mode, una rivista di moda dove—per le ragioni sbagliate—viene assunta come assistente del nuovo direttore, Daniel Meade, non solo notissimo dongiovanni ma anche figlio dell’editore.
Nessuno crede che Betty sia al posto giusto, neppure lei stessa. Tutt’altro che una modella, con il suo sorriso enorme fa bella mostra dell’apparecchio per i denti, e anche di un guardaroba démodé che provoca il disgusto di quasi tutti i nuovi colleghi—prima tra tutti la direttice creativa, Wilhelmina Slater, interpretata da una Vanessa Williams che sembra nata per questo ruolo. Eppure, nonostante gli ostacoli che la grande città mette sul suo percorso, Betty riesce non solo a conquistare la fiducia e l’amicizia del suo capo, ma anche a risolvere di giorno in giorno le situazioni più improbabili in cui si trova coinvolta.
Siamo un passo ancora più lontani dalle risate della sitcom. Black comedy, la chiama qualcuno, ma forse Ugly Betty non è neppure questo. Prende il genere della telenovela e ne esagera i caratteri dominanti: gli intrighi e gli sviluppi meno verosimili, la recitazione spesso enfatica, le inquadrature ad effetto e transizioni “vietate” come maschere e riquadri. Il carattere iperbolico e il ritmo veloce rendono la serie accattivante e lo spettatore instancabile, mentre gli elementi di mistero che fin dall’inizio oscurano la comprensione degli eventi non gravano sulla narrazione come accade invece in una serie drammatica come Lost (trasmessa negli Stati Uniti dalla stessa ABC, ma la sera del mercoledì).
Ugly Betty è un’ulteriore risposta a chi crede ancora che la televisione debba mostrare il mondo in quanto tale, a chi pretenderebbe che il piccolo schermo dovesse essere ancora votato a un realismo che probabilmente non è mai esistito. È la risposta a chi cerca spiegazioni logiche in Lost, a chi crede che le casalinghe siano tutte fascinose, per quanto disperate, a chi cerca modelli di comportamento. Il drama televisivo, almeno quello americano, ha dato forfait, e cerca di mostrare mondi ideali, pur nelle loro imperfezioni—mentre quello italiano è ancora impegnato nello sforzo epico di mettere in scena la vita vera, con una presunzione educatrice rimasta ancorata al secolo scorso. La commedia americana abbandona almeno in parte la ricerca della risata a tutti i costi e riassume il suo ruolo originario, quello di mostrare il ridicolo—che è sì qualcosa che “fa ridere,” ma che di per sé non vorrebbe. In un’epoca in cui è possibile avere il mondo in vetrina (anche se non è necessario che la vetrina mostri la verità), la commedia volge lo sguardo proprio verso la televisione—vetrina per eccellenza, sfera di cristallo, oracolo, che il più delle volte preferisce distorcere, modificare, persino annullare e ricreare quello che resta della realtà.
In Ugly Betty non si ride solo della storia, che se presa alla lettera può risultare alle volte agghiacciante. Si ride anche delle incongruenze, dell’esasperazione, dell’interazione tra elementi dell’immagine ed elementi della storia, che contribuiscono sempre di più a rendere confusi i rapporti e i confini tra espressione e contenuto, tra discorso e narrazione, tra la vetrina e il mondo (reale o immaginario che sia) in essa messo in mostra. A qualsiasi ora del giorno, il televisore della famiglia Suarez (composta dal padre Ignacio, dalla bella sorella Hilda e dal dodicenne Justin, suo figlio, ben più interessato di Betty al mondo della moda) è sempre sintonizzato sulla telenovela, naturalmente fittizia, Vidas de fuego, e la musica scadente che l’accompagna si fonde spesso con il sottofondo pseudo-messicano che fa da colonna sonora a Ugly Betty.
È possibile perdere i riferimenti al mondo reale senza perdere il gusto dello scherno—risata amara sulle assurdità della vita e della televisione. Si può ridere di Gina Gershon nei panni di Fabia, antipaticissima regina dei cosmetici, anche senza che i suoi lunghi capelli biondi, il look leopardato e l’accento italiano (o meglio, l’accento italiano da film americano) richiamino somiglianze con nessuna particolare stilista. Ugly Betty non vuole colpire o punire: esasperare i tratti della telenovela, del drama, anche della commedia americana classica, non vuol dire darne un giudizio negativo—semmai proprio il contrario.
Anzi è quasi possibile pensare che sia proprio la commedia a salvare la televisione, a fornire, svelandone la fragilità e l’insussistenza, nuove chiavi di lettura anche per i generi finzionali “seri.” Considerata un peccato, un mezzo di comunicazione che tutti usano di frequente ma non amano confessarlo, la televisione, sorella brutta del cinema, sta cercando nuovi ruoli. Pur sempre dominata da logiche commerciali spesso feroci, sta maturando al punto da diventare, finalmente, forma artistica. Non per rubare al cinema il ruolo di arte dell’immagine in movimento, ma anzi per sviluppare e rendere una volta per tutte autonomo il proprio linguaggio. Senza gerarchie, senza giudizi di valore, senza sensi di colpa.

