Donnie Darko e le due vite di un film
Il poster del director's cut di Donnie Darko Quale modo migliore per essere al passo con i tempi se non attraverso una storia ambientata nel passato? La formula è perfetta se la diffusione di questa storia segue, a sua volta, una vicenda travagliata. I casi del destino cinematografico sono spesso strani, ma la combinazione di eventi che circondano un dato film possono rendere i fatti raccontati ancora più densi di significato.
È il caso di Donnie Darko, scritto e diretto da Richard Kelly, che ora non ha neppure trent’anni. Presentato al Sundance Film Festival nel 2001, Donnie Darko uscì negli Stati Uniti in pochissime sale quello stesso Halloween, e registrò dei risultati di botteghino piuttosto scarsi – forse anche a causa dei traumi lasciati dall’11 settembre. Nonostante il fiasco americano, il film ha conquistato un’ampia base di ammiratori nel mondo, in modo particolare nel Regno Unito, ed è finalmente uscito nelle sale italiane alla fine del 2004.
Donnie Darko è uno di quei film di cui la gente parla, e ne parla tanto che nel corso degli ultimi tre anni è stato l’oggetto di un nuovo culto cinematografico. Questo spiega la decisione di uscire di nuovo, nell’estate del 2004, nelle sale del mondo anglofono con un director’s cut, di cui è stato pubblicato immediatamente un doppio DVD. Niente male per un film che, alla prima uscita, era stato immesso quasi subito nel circuito home video – per recuperare almeno in parte i quattro milioni e mezzo di dollari spesi per produrlo. Casi di ripubblicazioni di film in un director’s cut sono frequenti, ma di solito avvengono in occasione di anniversari importanti, non certo a poco meno di tre anni dall’uscita originale.
Senza svelare nulla, è necessario un breve sguardo alla storia. Nell’ottobre del 1988, un mese prima delle elezioni che avrebbero portato George H.W. Bush alla Casa Bianca, una famiglia benestante di una tipica cittadina della Virginia è turbata dai fatti strani che accadono, ormai da tempo, al secondo figlio, sedicenne, afflitto da sonnambulismo e allucinazioni. Il ragazzo, Donnie, ha i tratti classici del genio: sconvolto da cose inspiegabili e per questo molto sensibile e brillante, anche a dispetto dei risultati scolastici deludenti. Il cast del film farebbe invidia a qualsiasi kolossal: da Jake e Maggie Gyllenhaal (nei ruoli, appropriati, di Donnie e sua sorella Elizabeth), a Mary McDonnell (la signora Darko), fino a Drew Barrymore (anche produttore esecutivo), Noah Wyle e Patrick Swayze – per citare i nomi più noti.
Donnie Darko gestisce in maniera impeccabile i molti elementi che prende in carico, dall’aspetto emozionale della vita familiare all’ombra di paranormale che incombe su tutta la storia, dal coinvolgimento politico e sociale alla storia d’amore, e riesce a trattare tutti i personaggi, anche quelli minori, con il dovuto rispetto e la profondità necessaria a non ridurli a stereotipi o macchiette. È un film che mente sul proprio genere di appartenenza, in parte anche per ragioni di marketing che con la storia hanno poco a che vedere, che pur sedendo accanto a tanti scary movies scadenti cerca di andare oltre le paure non solo dei propri personaggi ma anche dei propri spettatori. È facile che riesca a soddisfare sia gli amanti dei “fatti strani,” o dei film alla David Lynch (da cui però Donnie Darko si mantiene a buona distanza), sia chi preferisce dare una spiegazione alle cose.
A questo proposito, il director’s cut, che incorpora molte scene in origine escluse per ragioni di tempo, indica allo spettatore una via per interpretare i fatti di fronte ai quali si trova. Si potrebbe quasi definire un montaggio “all’americana,” che dice in modo aperto ciò che la prima versione del film lasciava intuire, e al quale si potrebbe rimproverare solo l’attenuazione dello smarrimento lasciato dal montaggio originale – uno smarrimento produttivo, visto che allo spettatore confuso resta il compito di mettere insieme tutti i tasselli e dare senso a quello che ha visto (cosa che, appunto, può servire come spiegazione al fatto che nel 2001 il film abbia avuto più successo in Europa che negli Stati Uniti).
Tra i contenuti extra del DVD del director’s cut c’è anche, come traccia audio alternativa, il dialogo tra il regista Richard Kelly e Kevin Smith (a sua volta regista, tra gli altri, di Clerks, Dogma, e del nuovo Jersey Girl), che lungo tutta la visione discutono della storia del film e di quella nel film. In un’atmosfera amichevole e scherzosa, la conversazione fornisce allo spettatore curioso molti dettagli su come il film è nato, sulle motivazioni di certe scelte stilistiche e, in fine dei conti, sul senso da attribuire alla vicenda raccontata, dividendosi tra l’interpretazione “macro” (Donnie Darko come storia delle sorti del mondo) preferita da Richard Kelly, e decisamente ribadita nel nuovo montaggio, e in quella “micro” di Kevin Smith, che vede il film come modo possibile di sviluppare una storia d’amore – o di amori. Donnie Darko soddisfa l’intelletto e anche i sensi – per lo meno i due che competono al cinema. Dalla fotografia ai movimenti di camera, dagli effetti speciali alla scelta delle musiche, tutto aiuta lo spettatore a capire e apprezzare la storia, e aiuta il film stesso ad uscire dal genere (che si tratti di horror o di dramma psicologico), se mai c’era entrato. È, dichiaratamente, un film sul tempo, sulla labilità e l’apparenza delle cose, e sul fatto che certi elementi, nello spazio e nel tempo, restano sempre invariati. Ma dopo tutto spetta a chi guarda dare loro un nome.

