antiorario

I sotterranei della fiction

Cultura di massa e pubblico produttivo

Chi denuncia la passività dello spettatore televisivo non ha fatto bene i suoi conti. Chi pensa che il cinema commerciale bruci l’immaginazione riprovi, sarà più fortunato. Chi crede che il lettore di romanzi di successo sia solo un ingranaggio di una macchina che stampa denaro non è, si vede, mai entrato nella Rete.

Lasciamo da parte tutti i discorsi su quanto di buono o cattivo la Rete possa nascondere. Facciamo invece qualche passo oltre quelle poche porte di ingresso che la maggior parte degli utenti non ha il coraggio di lasciare, sempre con il clic pronto sul pulsante “Indietro.”

Se i media tradizionali fino a non molto tempo fa creavano comunità del tutto simboliche di spettatori, oggi, grazie alla Rete, hanno dalla loro eserciti interi di spettatori informati, in continua connessione tra loro, che non solo guardano e commentano e discutono, ma producono.

È già noto che, almeno negli Stati Uniti, si può diventare autori della propria serie televisiva preferita. Basta avere una buona idea e scrivere un nuovo episodio rispettando tutti i canoni della scrittura televisiva. (Questi canoni cambiano a seconda del genere scelto, ma ci sono scaffali interi di libri che ne insegnano tutti i trucchi.) Se la produzione pensa che l’episodio funzioni, è fatta. Pare che gli episodi inventati dagli spettatori siano spesso migliori di quelli ideati a catena da una produzione stanca, specie per quegli show che tirano avanti da anni.

La Rete diventa il covo ideale per chi ha questo genere di ambizioni. Ancora meglio, permette agli aspiranti autori di rendere chiunque altro partecipe della sua creazione, anche se l’episodio non sarà mai prodotto. Il fenomeno della fan fiction accompagna tutti gli show di successo, e va da una stretta osservanza dei canoni di formato e di stile alle variazioni più diverse, in cui i personaggi dello show originale sono un pretesto per scrivere storie che possano essere apprezzate e giudicate da un pubblico di appassionati.

Finché si tratta di serie televisive, non c’è davvero da stupirsi, perché c’è sempre la speranza nascosta che il proprio dattiloscritto venga inserito nella decima serie della sitcom preferita. Però basta sfogliare la Rete più a fondo, e quando ci si imbatte nella fanfic di Harry Potter i conti non tornano più. Esistono siti interi fondati solo su racconti dalle lunghezze più diverse che esplorano le molte possibilità lasciate aperte dalla saga ancora incompiuta. E noi che pensavamo che J.K. Rowling le avesse pensate tutte – non è così, almeno per motivi di pubblico.

La fantasia dei lettori dà spazio ai flashback, alle incursioni nel futuro e, cosa che non deve sembrare strana, ad ogni sfumatura di storie erotiche dalle combinazioni a volte davvero improbabili. È tutto in linea con i meccanismi della Rete, che in questo modo funge da valvola di sfogo, e diventa un luogo dove ognuno può creare di persona quelle storie che gli piacerebbe leggere, e renderle disponibili agli altri.

Ma il pubblico della Rete è impaziente. Le “storie collaterali,” nel caso di Harry Potter, non bastano a soddisfare la sete di letture, che i tempi geologici in cui i nuovi volumi della Rowling vengono scritti e pubblicati non riescono a placare.

Tempo prima che uscisse Harry Potter and the Order of the Phoenix, c’era chi poteva giurare di averlo già trovato in Rete. Ora, tutti sanno che a volte si possono trovare album musicali e persino film interi prima dell’uscita ufficiale, ma l’idea di poter trovare un libro segretissimo come questo sembrerebbe davvero una pazzia. Da una semplice ricerca con un software di scambio di file peer-to-peer (uno degli eredi di Napster, per intenderci) si potevano scaricare vari documenti di Word contenenti quello che senza dubbio appariva come quinto libro della saga.

La diversa dimensione dei file in kilobyte però tradiva il segreto: nonostante l’inizio identico, si trattava sempre di storie diverse, tendenti tutte a soddisfare l’impazienza dei lettori, che i brani brevissimi rilasciati dall’autrice e dall’editore non facevano che alimentare. Da questi brandelli era stato, ovviamente, tratto l’incipit del romanzo, mentre il resto era frutto della tastiera di lettori creativi – e si trattava ogni volta di centinaia di pagine, perché la lunghezza prevista per il romanzo “vero” era un parametro ormai noto.

Come la fanfic televisiva, anche il Potter spurio è di solito un prodotto credibile. I lettori conoscono bene ciò che leggono, e riescono in gran parte a riprodurne i meccanismi. Ciò che lascia esterrefatti è, invece, la devozione con cui qualcuno (non solo uno, a quanto pare) dedica il suo tempo alla creazione di un’opera che cesserà il proprio valore, se mai ne ha avuto, al momento della pubblicazione del romanzo ufficiale. A meno che non si scopra – improbabile – che la Rowling sia in effetti un nuovo Luther Blissett, scrivere Harry Potter al posto suo può sembrare fatica sprecata.

Eppure dal punto di vista scientifico – sociologico, semiotico, e di certo ci sarebbe spazio anche per la ricerca psichiatrica – questa mole di testi è quasi più interessante della produzione ufficiale. È inevitabile che qualche navigatore ingenuo abbia letto con passione le vicende dell’Ordine della Fenice prima che un dettaglio, un dubbio, o semplicemente il lume della ragione gli abbia fatto capire che si trattava di un falso. (“Falso,” poi, a rigore di termini non è, almeno finché l’autore non comincia a spacciarsi per la Rowling.) Resta però il fatto che la visione, la comprensione che d’ora in avanti questo lettore ingannato avrà della saga non potrà slegarsi davvero dal romanzo apocrifo, proprio come succede a chi affronta i romanzi dopo avere visto le versioni cinematografiche o dopo averne sentito parlare in tv, in treno, dagli amici.

Harry Potter – ma si può dire lo stesso di ogni prodotto culturale, incluse le guerre – diventa parte di un processo di comunicazione in cui il testo di base è un flusso di testi diversi, di pratiche di lettura e di (ri)scrittura, in cui l’originale e l’imitazione, l’opera e la recensione tendono ad acquistare pari dignità. Niente di nuovo, naturalmente, perché così la cultura è andata avanti per millenni, ma la Rete rende tutto più facile. Si favorisce in questo modo una specie di globalizzazione “dal basso,” ossia tendente alla diffusione di informazioni di natura locale, che contrasta la paura generale e approssimativa che i prodotti culturali commerciali, di massa, appiattiscano e annullino tutte le differenze.