Per lungo tempo la televisione è stata considerata, e spesso lo è ancora, un mezzo di comunicazione “di servizio”, i cui prodotti possono essere valutati più sulla base di criteri di utilità che non di giudizi estetici. Se questo poteva essere ragionevole quando il mezzo era giovane, negli ultimi tempi – e in particolare nell’ultimo decennio – le cose sono cambiate. L’idea che pubblici numerosi possano sintonizzarsi su programmi di fiction non è più (se lo è mai stata, ma lo era senz’altro agli occhi dei critici) il segno di una tendenza alla passività, all’arrendersi di fronte alla scatola magica in salotto. Gli studi accademici sulla televisione, nati in parte per osservare la relazione tra produzione e pubblico, e le capacità di decisione e reazione di quest’ultimo – come se il prodotto televisivo non fosse che l’ennesimo bene di consumo ideato dal ventesimo secolo – ora non possono più ignorare l’evoluzione del mezzo e dei testi che produce, e della possibilità di sviluppo di forme artistiche nuove, non meno degne di rispetto del cinema o della letteratura.